Già negli ultimi tre numeri della newsletter avevamo affrontato alcuni argomenti “caldi” sui quali il cluster marittimo-portuale si aspettava chiare e rapide decisioni da parte delle istituzioni interessate. A distanza di qualche mese dagli alert lanciati, come stanno le cose? Qualcosa si è mosso per rispondere ai preoccupati appelli provenienti da un settore strategico per la nostra economia? Vediamo di fotografare, per punti, lo stato dell’arte.
- I presidenti dei porti non si vedono ancora
Come richiamato nel numero di dicembre della Newsletter, sono nove i presidenti delle Autorità di sistema portuale scaduti o in scadenza (Genova e Trieste inclusi) e rispetto ai quali l’unica attività degna di nota a livello ministeriale è stata quella finalizzata alla designazione dei rispettivi Commissari o in continuità con i presidenti/segretari generali scaduti o nominando appartenenti alla Marina Militare.
Orbene se in una fase meramente transitoria una tale condotta può avere le sue indubbie ragioni, è evidente come il protrarsi e l’ampliarsi dei commissariamenti stia portando a un progressivo “ingessamento” del sistema, per di più in un momento geopolitico in cui appaiono necessarie e urgenti scelte strategiche che orientino lo sviluppo del nostro sistema portuale.
Il disagio, per ora manifestato sottovoce in alcune realtà come quelle liguri, rischia di deflagrare nei prossimi mesi come già paventato da alcuni autorevoli commentatori del settore. E la politica che dice? Timidamente, anche per non farsi travolgere dalle critiche, muove qualche passo, per ora solo a parole. A sentire il viceministro Edoardo Rixi “siamo a buon punto, sicuramente non arriveranno nomine entro questo mese (Ndr: febbraio 2025), perché vorrei finire di fare il giro di tutte le autorità ed evitare fughe in avanti. Poi inizieremo a fare le nomine da quei porti dove ci sono già intese”. Concetto ribadito anche nel corso della sua recente visita a Trieste.
- Declassamento delle dogane, l’allarme si diffonde in tutta la penisola
Dopo che a Nord Est l’allarme era stato lanciato alcuni mesi fa (e da noi ripreso nella newsletter di ottobre 2024) ora la protesta in merito al declassamento degli uffici delle dogane sta montando pesantemente anche sul versante tirrenico, con particolare riguardo al sistema portuale ligure.
Da quanto si apprende dalla stampa specializzata, è tutto il sistema che uscirebbe fortemente penalizzato dalle incomprensibili scelte dell’amministrazione delle Dogane: la Direzione territoriale ligure (ovvero Genova) passa dalla prima alla terza fascia su una scala di sette; Savona dalla seconda alla terza fascia e La Spezia dalla prima alla seconda. Insomma, una vera e propria Caporetto in un momento estremamente delicato e nel quale, per di più, è in fase di avvio, dopo anni di attesa, quella Zona Logistica Semplificata che necessita dell’attività di vigilanza e di controllo proprio da parte dell’Agenzia delle Dogane.
Gli operatori e i politici liguri non sono rimasti in silenzio ed hanno denunciato, in maniera unanime e bipartisan, la gravità della scelta chiedendo “una sospensione temporanea della misura sui nuovi criteri di classificazione degli uffici doganali e la definizione, dopo un confronto con gli operatori del settore, di una riforma che garantisca maggiore efficienza senza compromettere la competitività del sistema ligure”. Richiesta che ci sentiamo di far nostra, sostituendo “ligure” con “adriatico”, anche alla luce della condivisibile considerazione che non può essere un algoritmo, come denunciato dai colleghi liguri, a decidere i destini di queste strutture così essenziali per il buon funzionamento dell’economia del nostro Paese.
- Aumenti dei canoni demaniali, il TAR del Lazio li annulla e ora cosa succede?
Chiudiamo la nostra analisi con la notizia, piombata all’improvviso nei primi giorni dell’anno, della sentenza emessa dal Tar Lazio (e quindi applicabile in tutta Italia) che, riunendo una serie di ricorsi, ha annullato l’aumento dei canoni demaniali deciso dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel dicembre del 2022.
L’aumento, contestato tra gli altri da Assiterminal, era stato del 25,15 % rispetto all’anno precedente, con gran gaudio dei bilanci delle Autorità di sistema portuale e scorno degli operatori terminalisti, impegnati in una serie di importanti investimenti per risalire la china dopo la crisi dei traffici causa Covid.
Secondo i giudici amministrativi, il decreto ministeriale era illegittimo per aver utilizzato un indice statistico non contemplato dalla fonte primaria e sostituendolo con altro del quale ha sancito l’assoluta diversità. A comprova, il Tar afferma che, applicando l’indice previsto dalla norma, l’aumento avrebbe dovuto al più essere “anziché del 25,15 % (media tra 8,6% e 41,7 %) … dell’8,6% … (in alternativa la media tra 8,6% e zero, ovvero 4,3%”).
In definitiva, sempre secondo i giudici amministrativi, il calcolo applicato sarebbe completamente errato e penalizzante per i gestori dei terminal in concessione. Ovvia l’esultanza di questi ultimi che così hanno commentato la sentenza nelle parole del direttore di Assiterminal Alessandro Ferrari: ”La sentenza, nell’annullare il decreto direttoriale del Mit del 2023, in combinato disposto con l’art.15 del D.L. 104/2023, dovrebbe determinare un diverso criterio di calcolo delle percentuali di variazione dei canoni concessori da applicarsi ai minimi previsti…Ora sta al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti adeguare i propri provvedimenti e alle Adsp procedere ai conguagli, ovvero trovare forme di compensazione (per tutti i concessionari, compresi i terminal crociere) e risolvere un tema dibattuto e contrastato da Assiterminal da più di due anni, nell’interesse di tutto il cluster della portualità”.
Nonostante sia passato più di un mese dalla notizia, non ci risulta alcuna reazione né da parte del Mit, né da parte di Assoporti. Vi terremo in ogni caso aggiornati. (m.z.)